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Torino e Genova: la solidarietà è un’arma, la lotta l’unica via!

Sabato 5 Aprile ore 14.30 in via Mariti corteo contro guerra e carovita: portiamo in piazza le nostre ragioni, le nostre rivendicazioni e la solidarietà contro il Governo della guerra.
Andiamo a contestare Salvini e il Congresso federale della Lega!

Il 31 Marzo è andato in scena l’atto conclusivo del “processo Sovrano” contro Askatasuna e il Movimento NO TAV. L’accusa principale era quella di associazione a delinquere. La richiesta del PM era di 88 anni di carcere complessivi.
L’accusa non ha retto e il reato di associazione a delinquere è caduto, ma i compagni e le compagne sono stati ugualmente condannati per i singoli reati su cui poggiava l’ipotesi di quel reato.
Questa è sicuramente una sconfitta delle tesi della Procura e del PM, ma da un altro punto di vista ancora una volta il reato associativo ha consentito agli apparati repressivi di sviluppare comunque un attacco molto duro.
A Firenze, nel processo contro il movimento fiorentino, assistemmo ad un copione simile.

Il reato associativo si configura come un “contenitore” all’interno del quale vengono collocate una serie di ipotesi di reato, fatti specifici, che attraverso un’attenta montatura vengono ricostruiti in modo da evidenziarne legami e regia.
Ciò determina la possibilità dell’applicazione di misure cautelari, dagli obblighi di firma fino all’arresto in carcere, dilata i tempi di indagine autorizzando strumenti quali pedinamenti e intercettazioni. Queste ultime, inoltre, non diverranno cartastraccia quando il reato associativo sarà caduto, ma verranno utilizzate come prove nel processo sulle singole ipotesi di reato.
L’iscrizione nel registro degli indagati con l’accusa di associazione a delinquere allunga i tempi di prescrizione sottoponendo i compagni e compagne a processi che si possono prolungare per anni tenendoli quindi continuamente sotto un maggiore controllo.
In sede processuale un simile meccanismo consente ad una variegata e eterogenea consorteria di enti, aziende e personaggi pubblici che si costituiscono come “parte civile”, rafforzando l’accusa e permettendo poi di colpire anche economicamente gli imputati con richieste di risarcimento esorbitanti.

Soprattutto però processi simili espongono i compagni e le compagne anche al processo fuori dall’aula di tribunale attraverso una campagna di criminalizzazione sistematica.
Basta pensare alle dichiarazioni avvenute in sede formale durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Torino per cui si facevano risuonare le “sirene dell’emergenza eversiva” in città: non gli interessi mafiosi legati alla costruzione della Torino-Lione, bensì l’azione militante di contrasto ad essa.
Mentre si chiude un processo se ne apre un altro.

Ci spostiamo a Genova dove in queste ore la Questura sta notificando denunce per manifestazione non autorizzata, interruzione di pubblico servizio, travisamento, danneggiamento, lancio pericoloso di oggetti, violenza privata e imbrattamento in relazione al blocco del porto del 25 giugno scorso contro la guerra e il genocidio in Palestina.

A tutti e tutte loro, da Torino a Genova, va la nostra solidarietà.

Infine è opportuno ricordarsi che questi processi anticipano l’approvazione del Ddl ex-1660, rinumerato come 1236 per l’approvazione al Senato.
Questo ci dice quanto già oggi gli strumenti in possesso dello Stato per colpire chi lotta siano affilati.
Il nuovo Ddl servirà a dare ancora più forza all’azione repressiva in funzione preventiva e dissuasiva perché uno Stato in guerra vuole la pacificazione forzata di ogni espressione pratica di dissenso all’interno dei propri confini.

Per queste ragioni non riponiamo alcuna fiducia, tanto nel governo quanto nelle cosiddette opposizioni perché, anche se si invertissero i ruoli, la tendenza non cambierebbe.
A dimostrarcelo ci sono i decenni in cui tutto il ceto politico ha contribuito a preparare il terreno della guerra e della repressione che ci sta arrivando addosso tra missioni militari, aumento della spesa bellica e pacchetti sicurezza.

La loro difesa è il piano di riarmo e la loro sicurezza è la repressione.
La nostra difesa e la nostra sicurezza invece sono la casa, salari alti, sanità pubblica, una scuola che formi il pensiero critico e non soldati, interventi strutturali contro il carovita e la messa in sicurezza dei territori dal dissesto idrogeologico.
Tutto ciò non può che essere conquistato attraverso la lotta.
Sarà dura e sarà lunga… ma sarà!

Tutte e tutti in piazza!